• Le api di Carlo Pizzichini
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Francesco Ricci

Le api ci vengono incontro, le api di Carlo Pizzichini. Si varca la soglia della Basilica di San Domenico, si percorre la navata coperta a capriate e le api silenziosamente ci vengono incontro, sebbene, in realtà, siamo noi che muoviamo lentamente i nostri passi verso di loro, che sono intente a disegnare traiettorie di luce su tessuti colorati e a trasformare in un immenso alveare ponteggi e impalcature metalliche. Nel frattempo altre api si posano, si sono già posate,  sulla  superficie perfetta di una sfera smaltata di blu mistico e su quella di un uovo il quale, schiudendosi, lascia intravedere, fra due metà scure, un corpo chiaro. E mentre le vetrate policrome della chiesa rischiarano il pulviscolo sospeso nell'aria, pare che unicamente i sentimenti della leggerezza e della serenità occupino gli animi dei visitatori. Una leggerezza e una serenità che possiedono qualcosa di sottilmente e di sensualmente pagano, come lo è la capacità di esorcizzare la paura suscitata dalla percezione della caducità abitando sulla soglia dell'attimo, allontanando, quasi fosse una malattia, ogni fraterna condivisione della sofferenza delle altre creature, spalancando le porte del benessere individuale e sacrificando il “negotium” sull'altare di un languido “otium”. La carne e il piacere, il piacere della carne.

è quasi impossibile non guardare alle api come a un modello di vita associata, nella quale, cioè, il singolo si pensa e si struttura a partire dall'insieme

D'altra parte, però, dopo Virgilio e dopo la lettura del quarto libro delle “Georgiche” (dietro il quale fa capolino l'Aristotele della “Historia animalium” e il Varrone dei “Rerum rusticarum libri”) è  quasi impossibile non guardare alle api come a un modello di vita associata, nella quale, cioè, il singolo si pensa e si struttura a partire dall'insieme. Infatti, complice l'attribuzione, da parte del poeta latino, di sentimenti umani alle api, queste ultime diventano portatrici di valori, quali la concordia, la laboriosità, la dedizione, l'obbedienza ai superiori, che costituiscono la base di ogni autentica comunità. In tal modo Virgilio, messo da parte ogni interesse tipico del naturalista, le trasfigura letterariamente, facendone, nel momento del trapasso dalla Repubblica al Principato, un modello di comportamento per il buon cittadino romano. La carne e la disciplina, la disciplina della carne.

Sotto un altro punto di vista, però, la fatica delle api è supplizio e martirio, pena e castigo. Lo è ogni esistenza risolta totalmente nel lavoro, ogni esistenza che fa di un semplice mezzo uno scopo. Sarà per la collocazione all'interno di una Basilica, quella di San Domenico, che ci accoglie già da lontano esibendo l'aspetto massiccio e severo dei suoi mattoni. Sarà per lo stile gotico dell'edificio, che induce a leggere ciò che è in basso sempre in funzione di ciò che sta più in alto, la terra alla luce del cielo. Vero è che alla fine più rilevante del volo leggero delle api, più importante del loro continuo cooperare, è lo sforzo che esse compiono, sforzo che non ci parla della civiltà classica, bensì rimanda alla religione cristiana: “Maledetto sia il suolo per causa tua! / Con affanno ne trarrai il nutrimento, / per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi farò spuntare per te, / mentre tu dovrai mangiare le erbe dei campi. / Con il sudore della tua faccia mangerai il pane, / finché tornerai alla terra”. La carne e la fatica, la fatica della carne.

Le api di Carlo Pizzichini, le api che ci vengono incontro varcato l'ingresso di San Domenico, non sono un semplice tentativo, perfettamente riuscito, di convivenza tra l'arte antica e l'arte contemporanea. O, perlomeno, non sono solamente questo.

Le api di Carlo Pizzichini, le api che ci vengono incontro varcato l'ingresso di San Domenico, non sono un semplice tentativo, perfettamente riuscito, di convivenza tra l'arte antica e l'arte contemporanea. O, perlomeno, non sono solamente questo. Come non sono semplicemente ornamento e decorazione. Piuttosto esse contengono ed esibiscono – una sorta di “pensiero in figura” come direbbe Flavio Caroli – tre possibili risposte che la civiltà dell'Occidente ha elaborato nel corso dei secoli ad alcune delle questioni fondamentali della nostra esistenza, quali sono il dolore, il divenire, il rapporto con gli altri, il senso del tempo. Odio l'opera che ci parla solo di se stessa.

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